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Il rito di Chod
C'è questa scena nel capolavoro di Stephen King, "It", dove gli adolescenti della città di Derry hanno deciso di affrontare la creatura sul suo stesso campo di battaglia, a livello metafisico, e allora compiono il soffocante rito di Chod (vado a memoria, dovete capire che ho letto il romanzo quando uscì, nell'ormai lontano 1987).
Nel romanzo il rituale viene descritto in questo modo: tu guardi negli occhi il demone e lui guarda te (se guardi a lungo in un abisso, prima o poi anche l'abisso guarderà in te), con i tuoi denti affondati nella sua lingua e i suoi nella tua, una sorta di mortale bacio dal quale nessuno dei due possa slegarsi.
In tempi recenti ho cercato informazioni su questo rituale, navigando per Internet, e ho scoperto qualcosa.
Primo, il rituale esiste.
Secondo, è pericoloso (per chi cerchi di praticarlo senza la dovuta preparazione), proprio come nel romanzo (o quasi).
Terzo, lo scopo finale è, in linea con il pensiero mistico orientale e con il Bardo Todol, il disfarsi dall'attaccamento al mondo materiale e all'io individuale.
Cominciamo dal principio... il rito di Chod, unica dottrina tantrica buddista ad essere nata in Tibet (invece che in India), è stato creato da una fanciulla, oh si, una certa Machig Labdron vissuta tra il 1055 e il 1153. Chod significa tagliare.
Il Chod è praticato sia dai novizi che dagli yogi esperti; in sostanza si tratta di visualizzare con la mente un sacrificio cruento nel quale si offre il proprio corpo, ridotto in pezzi sanguinolenti, ai propri demoni (in modo che, una volta saziati, essi vadano a dormire).
Tutto questo, agli occhi di noi occidentali, può sembrare folle, grandguignolesco e autolesionista, mentre in realtà ha uno scopo sublime, altruistico e altamente spirituale.
Attraverso la distruzione simbolica del corpo, che è la radice della realizzazione dell'io, si attua il distaccamento da ciò che è comunque destinato al deperimento, e in contemporanea si svolge un atto di compassione verso tutti gli esseri.
Il corpo smembrato diviene l'universo, offerto a tutte le creature, e la coscienza spersonalizzata viene trasferita nello spazio e proiettata dentro Vajra Yogini, una manifestazione dell'originario non-essere.
I chodpas (praticanti del Chod) avanzati non si accontentano più della visione simbolica, e così non è raro ritrovarli in cimiteri, luoghi desolati e case infestate, nel tentativo di sperimentare l'angoscia e la disperazione di spiriti malvagi e persi.
Attraverso la compassione per tutti gli esseri, anche quelli che cercano di terrorizzare e ferire, e nella tolleranza del terrore, i chodpas acquisiscono trascendenza rispetto ad attaccamento, paura, rabbia, avarizia, avanzando così lungo la via difficoltosa dell'illuminazione.
E proprio l'illuminazione, come quella conseguita dal Buddha, è lo scopo finale del Chod.
Un cyber-buddhista, intervistato dal giornalista d'avanguardia Erik Davis (autore di "Techgnosis"), ha trovato Chod nel celebre videogioco "Doom".
"Doom" è una sorta di inferno virtuale, pieno di sangue, violenza, paura ed eccitazione ed è perfetto per la visualizzazione del Chod.
E, aggiungo io, uno tra i videogiochi più belli degli ultimi trent'anni.
Niccolò
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