Philip K. Dick e Roger Zelazny "Deus Irae" (Fanucci)


Dick e Zelazny, grandi rappresentanti della fantascienza filosofica (e che non manca d'intrattenimento), hanno unito le loro forze (tra gli anni '60 e '70) per dare alla luce un abnorme, comico e disperato romanzo di fantascienza teologica, che è una sorta di Alice nel paese delle meraviglie atomiche.
E non è un caso che uno dei personaggi sia una ragazzina ritardata di nome Alice, adottata dal Deus Irae, ovvero Carleton Lefteufel.
E proprio Lefteufel, parente del Dottor Bloodmoney (e del Dottor Strangelove) di un altro romanzo di Dick ("Cronache del dopobomba"), è il padre della bomba che ha devastato il mondo intero, una sorta di atomica che non cade in nessun posto particolare, ma che arriva, con la sua potenza distruttiva, dappertutto.
Il risultato, naturalmente, è un pianeta sfigurato, popolato da razze mutanti che convivono con i pochi veri umani rimasti. E la nascita, inevitabile, di una religione nuova, che riconosce in Lefteufel la personificazione del Dio irato dell'Antico Testamento.
Tibor McMasters, pittore focomelico di grande talento (una specie di Michelangelo inabile), che vaga su di un carretto trainato da una mucca e fa uso di arti robotizzati, viene incaricato dalla nuova chiesa di incontrare il Deus Irae e di ritrarlo.
E così il povero McMasters deve partire per un viaggio disperato nelle terre contaminate, abitate da creature bizzarre, e vedersela con pericoli di ogni genere.
Il primo incontro avviene con un computer, il Grande C, che sa tutto, ma che vuole divorarsi gli esseri umani, prosegue con il ritrovamento di un albero stranamente sano e custodito da viscidi uomini-rettile, da cui pende una mela e poi... il viaggio del pittore continua tra mille difficoltà, fino a quando...
L'impressione che si ricava è che i due autori non abbiano scritto i capitoli insieme, ma si siano un po' spartiti la trama; i primi quattro capitoli sono rigorosamente di Dick, si sente il tocco dei suoi discorsi e monologhi complessi e infarciti di citazioni (da Sant'Agostino a Mussolini!), poi subentra Zelazny, e la trama si fa più snella e meno tesa, diciamo quasi comica, anche se non manca di momenti vagamente inquietanti.
Il risulatato è un romanzo eterogeneo e godibile, a patto che si amino questi due autori non proprio facili.
Io, naturalmente, li adoro.

Niccolò

Philip K. Dick "I Simulacri" (Nord)

copertina originale

Un romanzo fondamentale della produzione dickiana, quello che più di ogni altro ha influenzato Baudrillard.
Nel futuro (o in una dimensione alternativa) gli Stati Uniti sono alleati con la Germania, dando vita a una sorta di stato fascistoide... che vuole rovesciare il nazismo nel passato attraverso il dispositivo per i viaggi nel tempo.
Detentori di queste tecnologie sono Nicole, la bellissima first lady di un presidente fasullo, il Der Alte (che è un simulacro, un robot manovrato dal governo) e il capo dell'opposizione da strada, Goltz, il leader del movimento rivoluzionario di estrema destra dei Figli di Giobbe. Altri personaggi apparentemente insignificanti si muovono nella vicenda, agitandosi nei problemi quotidiani e ritrovandosi poi a essere la chiave della vicenda; sopra gli altri il pianista extrasensoriale russo Kongrosian, arrivato al culmine dell'ipocondria.
Procedendo nella lettura si assiste a una serie di colpi di scena non gratuiti,che hanno lo scopo di rovesciare continuamente la prospettiva attraverso cui interpretare i complessi giochi di poteri messi in atto da oscuri burattinai...
Come al solito i personaggi di Dick sono deboli, complessati, insicuri, paranoici... eppure contribuiscono a smascherare il complesso delle maschere dei simulacri. E come al solito la scrittura in apparenza semplice di Dick nasconde concetti "difficili".
Sia per gli appassionati della fantascienza intelligente che per intellettuali del postmoderno; da leggere!

Niccolò

Philip K. Dick "Labirinto di morte" (Fanucci)

copertina originale

Un pianeta arido, quattordici nevrotici piccoli indiani in balia di complotti metafisici, un misterioso palazzo che si sposta su di un fondale che sembra di cartapesta.
Gli ingredienti, del romanzo più dickiano che sia mai stato scritto, ci sono tutti. Come spesso accade, il profeta di Chicago (anche se residente in California) ci offre su di un piatto d'argento un gruppo di personaggi umani troppo umani, prigionieri di un universo che crolla a pezzi. Uomini e donne che spesso hanno l'impressione di vivere in un Truman Show.
Seth Morley e altri individui delusi dal lavoro e dalla vita, grazie anche alle preghiere indirizzate alla divinità attraverso sofisticati strumenti elettronici, trovano posto su Delmak-0 per iniziare una nuova vita. Ma la terra promessa si rivela fin da subito una trappola mortale (anche in "Utopia, andata e ritorno"), e uno a uno gli speranzosi paranoici cadono come mosche per mano di un misterioso assassino... o forse per l'intervento di una divinità terribile?
La vicenda, come per "Ubik", procede su binari da incubo, fino a quando la terrificante verità si rivelerà agli occhi dei nostri antieroi. Ma non è detto che non si tratti di una penultima verità. Il fatto che certe parti del libro siano state scritte sotto l'influsso di LSD o di strane dissertazioni religiose non fa che aggiungere ingredienti a una vicenda già abbastanza folle che però non perde mai di vista il realismo quasi minimalista che da sempre contraddistingue questo grande autore.

Niccolò

Philip K. Dick "Ubik" (Fanucci)

copertina originale

A mio giudizio il più bel romanzo del secolo, insieme a "Il nome della rosa" di Umberto Eco.
Le avventure di Joe Chip e dei suoi uomini, un gruppo di anti-ESP alle dipendenze dell'agenzia Runciter, persone in grado di annullare i poteri ESP tipo la telepatia e la precognizione, tutti prigionieri di un incubo entropico da cui non esiste via di scampo.
Una tra le tante particolarità del romanzo è che ci sono molti parallelismi, non troppo occulti, con la storia di Gesù: le iniziali del nome dell'antieroe dickiano, J(esus) C(hrist), la presenza all'interno del gruppo di un Giuda che lo tradirà, la scena in cui Joe risale dolorosamente le scale mentre il suo corpo si disfa, in un vero e proprio calvario...
E che dire del finale (piuttosto saccheggiato dal cinema degli ultimi anni) dove la complicata vicenda, che ha appena trovato il naturale scioglimento, apre improvvisa una nuova prospettiva, per cui riconsiderare gli avvenimenti dal principio.
Impossibile non sorridere delle disavventure di Joe alle prese con l'effetto Rushmore degli infernali elettrodomestici a gettoni, e impossibile non rabbrividire per tutto il resto.

Niccolò

Philip K. Dick "La penultima verità" (Urania n.1363)

copertina originale

Un romanzo di attualità negli ultimi anni di scena politica italiana.
Come già racconta bene il titolo, non esiste mai una verità, ma solo una penultima verità, prima che un'altra ne prenda il posto.
Ciò è dovuto al fatto che l'umanità vive in formicai sotterranei, dal momento che, sulla superficie del pianeta e da innumerevoli anni, i robot delle varie fazioni, i plumbei, stanno portando avanti una guerra che ha avvelenato l'intero pianeta.
Solo un uomo resiste sulla superficie a costo della vita, il seguitissimo Yancy (che in qualche modo ricorda il Mercer di 'Cacciatore di androidi-Blade Runner') per aggiornare tutti gli uomini che vivono rinchiusi sull'andamento del conflitto.
E questa è la prima di tante verità a cadere, quando Nicholas risale in superficie per cercare un deposito di organi da trapianto... e in superficie non c'è più nessuna guerra da anni, il pianeta è di nuovo abitabile e un'oligarchia ristretta mantiene in vita la menzogna per godersi immensi poderi e lottare tranquillamente per il potere assoluto.
E allora chi è Yancy? Un impostore, oppure l'unico a conoscere la verità finale?
In un crescendo di colpi di scena e di imposture che cadono, il lettore non può fare a meno di meditare sulla manipolazione delle notizie che viene effetuata ogni giorno dalla cosidetta informazione.
E in riferimento a questo, il progetto di disinformazione, miscuglio di menzogna con più verità possibili, di tale Gottlieb Fischer, sembra essere il credo seguito da molti giornalisti che, invece di raccontare con obiettività, utilizzano la lente distorcente della faziosità, qualunque essa sia.

Niccolò

Philip K. Dick "Utopia andata e ritorno" (Classici Urania n.212)

copertina originale

La manipolazione della verità (le bugie sono presenti fin dal titolo originale, "Lies Inc.") ritorna in questo romanzo che, per l'occasione, è stato ristampato con un'aggiunta di materiale inedito, la parte centrale sui paramondi, che è piuttosto interessante e particolarmente dickiana.
La trama riguarda, ancora una volta, una migrazione extramondo ("Le tre stimmate di Palmer Eldritch", "Divina invasione", "Noi marziani" e altri), su vasta scala, di lavoratori verso Whale's Mouth, una colonia su di un pianeta lontano, mediante teletrasporto.
C'è però un particolare, che il viaggio è di sola andata, perchè gli scienziati nazistoidi che stanno dietro alla progettazione del sistema affermano di non essere in grado di riportare indietro nulla.
E allora a molti, tra cui Rachmael ben Applebaum, comincia a crescere dentro un sospetto; non ci sarà qualcosa sotto alle promesse allettanti di Whale's Mouth?
Nella parte aggiuntiva assistiamo al viaggio di Rachmael attraverso il campo di energia del teletrasporto che lo conduce... non alla colonia, ma dentro un paramondo, uno stato ontologico alterato che, pare, sia stato ispirato a Dick dai suoi viaggi con l'acido.
In un clima di terrore, per la paura delle apparizioni, esseri mostruosi semidivini, e per la minaccia della punizione, la morte, su chi discute di tali apparizioni nella colonia degli alienati, Rachmanel si ritrova a fronteggiare diverse "utopie".
Da cui ci sarà ritorno?

Niccolò