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"Ferro" di Niccolò Lupo
La ruggine scorreva sulle persone, dilagando come un morbo, infettando i corpi dall’interno. Vidi una bambina crollare a terra, la carne che si apriva sparando getti di ruggine cristallina, fiori di metallo che eruttavano foglie e piume.
Presi la sua mano nella mia, la strinsi ed avvertii un guizzo di vitalità. Emisi allora una lacrima che si depositò sul fondo della mia maschera. Sembravamo tanti insetti caritatevoli, con le maschere che riflettevano mille luci al neon, e in braccio i corpi che si sfaldavano.
Arrivò il disinfestatore, recando il lanciafiamme simile ad un cigno nero con il becco spalancato. Conservai il corpo sussultante della bambina per me. Non la lasciai nel mucchio destinato alla cremazione. Sotto i piedi sentivo il suono croccante del metallo arrugginito che prima era carne.
La bambina si agitò tra le mie braccia. Aveva forse vinto il metallo? Alcuni ci riuscivano. Alla fine rimanevano loro solo alcuni frammenti, come ricordi d’organi obsoleti.
La bambina aprì gli occhi. Un pigmento giallo punteggiava i cieli malinconici che erano i suoi occhi. La sua espressione era di stoica sopportazione, cosciente dei vegetali ferrosi che si aprivano nel suo corpo. Mi guardò ed aprì la bocca, ma l’unico suono che riuscì ad emettere fu un trillo simile al richiamo amoroso del trapano. Le carezzai la guancia intatta e le sussurrai parole confortanti.
Il capitano mi guardò compiere questi gesti, ma scrollò le spalle e si girò verso la pira, che ormai era spenta e solo un sottile filo di fumo serpeggiava da quei poveri resti.
Piccolo orto di fiori neri. Le sussurrai nell’orecchio, che si agitava come un meccanismo a molla. Era la lotta tra la carne e il metallo, che originava tutta quella ruggine che nevicava sui miei piedi. Il sangue del ferro.
Montai sul furgoncino con il corpo della piccola che tremava nella coperta in cui l’avevo avvolta.
Ormai era prassi che qualcuno dei nostri amasse un infetto. Molti si erano trovati una moglie o una figlia arrugginite. Di solito erano corpi che riuscivano a vincere la piaga, recuperando quasi completamente la propria forma originaria.
Non riuscivamo a spiegarcene il motivo.
Probabilmente è l’amore che doniamo loro, li aiuta a vincere. Il metallo recede e si nasconde sotto le ossa, assopendosi in un sonno di sogni industriali.
Uno dei camerati sorrise. Era bello che ci fosse quella comprensione tra noi.
La piccola parve quietarsi. Sollevai un lembo della coperta e mi abbandonai nuovamente nel paesaggio lontano dei suoi occhi. Le scostai dalle palpebre frammenti di lacrime ferrugginose. Lei sorrise. Avevo trovato una figlia. Era la cosa più bella che mi fosse mai accaduta.
Sceso alla base chiesi un permesso. Ritornai a casa con il mio fagotto di carne, cielo e metallo. Svolsi la coperta e rimirai il corpo acerbo della piccola. La bambina doveva aver visto solo una decina d’estati.
Sembrava stare meglio; la carne era ritornata a ricoprire la gran parte dell’apparato scheletrico.
Solamente un paio di tubicini occhieggianti spuntavano appena sotto i capezzoli.
La pulii con lentezza metodica, prestando attenzione a non toccarle le escrescenze. Lei sonnecchiò agitata durante il processo di pulitura, ma alla fine si svegliò e mi sorrise. Riuscì persino ad articolare alcune semplici parole.
La rivestii e la posi in un letto che avevo frettolosamente approntato per lei.
Rimasi un poco accanto a lei. Il suo petto si alzava e si abbassava emettendo un impercettibile ronzio. Avvicinai l’orecchio per ascoltare meglio il suono, ma quasi subito vidi il lenzuolo che s’imbrattava di nero.
Sollevai leggermente un lembo e vidi del liquido scuro eiaculare dai tubicini che si dipanavano dal suo seno.
Con uno straccio le pulii il petto. La sua mano si mosse ad afferrare il mio polso. Era una stretta carica di vigore. Ma anche di dolcezza. Le sistemai il corpo su di un fianco, in modo che il liquame potesse scorrere liberamente senza provocarle intasamenti.
Passai il resto della serata a vegliare su di lei, anche se, ad un certo punto, mi addormentai. La mattina mi svegliai con la bambina che cercava di sollevarsi dal letto. Le gambe le tremavano e non riuscivano a reggere il peso esiguo del suo corpo sottile. Mi posi di fronte, le infilai le mani sotto le ascelle e la tirai in piedi. Lei parve divertirsi, agitando le gambe tremebonde nel vuoto e ridendo. La feci penzolare un poco in questa maniera, poi la presi in braccio e la portai verso la cucina.
Mi sporcai tutto con il liquame nero che le colava dal seno. Quando mi sedetti con lei abbandonata in grembo, mi immaginai somigliante ad una pietà michelangiolesca al contrario, una Maria barbuta con un Cristo androgino dal seno imbrattato. Mi portai un dito ricoperto di liquame alla bocca e ne assaggiai il sapore. Era caldo e piacevole al gusto.
Lasciai mia figlia in cucina, legata alla sedia con lo schienale alto, le cinghie che ne sostenevano il busto, e feci un bucato. La macchina pulitrice era simile ad un Buddha di tubature mormoranti preghiere e mantra. Il suo ventre accoglieva panni sporchi e ne partoriva di puliti. La purificazione era la sua specialità.
Mentre fissavo i panni svolazzare come anime nelle interiora del Buddha, udii una nenia malinconica, come una farfalla svolazzante, dalla cucina.
Ritornai da mia figlia e mi fece una grande tenerezza vederla con la testa inclinata su di un fianco. Mi avvicinai alla sedia e le allentai le cinghie che la sostenevano. Il suo corpo si inclinò leggermente in avanti. Dai tubicini cominciò a sgorgarle il nettare nero. Le posi una bacinella in grembo ed attesi che le emissioni cessassero.
Lei abbassò gli occhi a fissare ipnotizzata il gocciolio ritmico che usciva dal suo corpo.
Papà, papà, guarda questa cosa che faccio.
Tesoro, vedo, è meravigliosa.
Lo stillicidio cessò gradualmente e, dopo averle pulito i tubicini, le tolsi la bacinella dalle gambe e la sollevai alle labbra. Il liquido mi scese nella gola come una lumaca seducente. Il sapore dolce mi stimolò. Porsi la bacinella alla piccola e le feci assaggiare il prodotto dei suoi seni. Lei bevve avidamente, gorgogliando come un lavandino carnoso.
Dopo averle pulito anche la bocca, la slegai e la posi supina sul tappeto. Le feci fare della ginnastica riabilitativa alle braccia ed alle gambe.
Quando mi recai alla base, non feci altro che ripensare a lei, ai suoi occhi, ai suoi sorrisi, ai tubicini gemelli che sembravano una copia ingrandita dei suoi piccoli capezzoli.
Siamo un corpo speciale, quelli che non sono infettati. Ci riuniamo alla base ed aspettiamo di intervenire. Le nostre maschere sono coreografiche, poiché il virus penetra tranquillamente attraverso qualsiasi barriera. Noi per qualche ragione ne siamo immuni. Le uniche nostre debolezze sono l’amore che proviamo per i contagiati, e la passione per il ballo. Qualcuno ha ipotizzato che la nostra immunità risieda nella vocazione a dimenarci con il corpo.
Nella base c’è un locale approntato a tale attività. Gli agenti si agitano come ragni nelle uniformi scure e lucenti. La musica scivola per i locali come il soffio di un fantasma.
Sedendomi nel mio ufficio immaginai mia figlia danzare sinuosa come una divinità dei serpenti, in piedi sulla mia scrivania.
Lasciai suonare il telefono, naufrago nelle mie fantasie, poi sollevai la cornetta e chiamai a casa. Avevo promesso a mia figlia che la avrei chiamata per salutarla con lo squillo del telefono che lei non riusciva ancora a raggiungere. Così le avrei tenuto compagnia.
La porta dell’ufficio si sollevò e il mio collega entrò, rotolando lateralmente. Bella giornata, disse. Davvero, risposi. E tua figlia, mi chiese, come si sente. Meglio, grazie, comincia già a parlare.
Il collega si sedette al suo tavolo, ortogonale al mio, e si mise immediatamente al lavoro, estraendo fogli dalla cartelletta che aveva davanti.
Hai sentito del messia?, mi chiese all’improvviso.
Quello nato da una ragazza infetta. Lui ha cominciato a produrre miracoli, a curare gli infetti. Allora anche noi siamo dei messia, curiamo quelli contagiati con il nostro amore. Lui non ci ama. Ama solo sé stesso. Come potrebbe amare delle creature che gli sono inferiori?
Come quelli che amano gli animali, gli risposi, quelli che crescono dei rospi, delle lumache. Sono creature inferiori a noi, eppure noi le amiamo.
Allora noi siamo come rospi ai suoi occhi.
No, lui è come noi, è nato da una di noi.
Rimanemmo in silenzio. Un fiume d’assenza invase il resto della giornata.
La sera, mentre ritornavo a casa, pensai di comprarle un animaletto domestico. Le comprai un polpo, una creatura tenera e interessante, con la testa quasi nascosta dal groviglio di tentacoli che agitava sul vetro del contenitore.
Ero sicuro che le sarebbe piaciuto. Quando lo posi sul comodino di fronte al suo letto, lei sorrise. Ciao papà...
Ciao piccola, questo è un pensierino per te. La sollevai dal letto e la lasciai penzolare un poco di fronte al polpo dall’espressione indecifrabile.
Vedi, è simile a te, anche lui emette un liquido nero lucente, in certe occasioni.
Bello, papà.
Papà, portami in bagno...
La lasciai sulla tazza, assicurata alle solite cinghie, e ritornai quando aveva finito. Il corpicino nudo aveva riacquistato completamente un’apparenza umana. Ma i tubicini erano rimasti, fissati come ricordo della sua croce. La pulii, mentre lei cercava di dimostrarmi che ormai i piedi erano in grado di reggerla. Guarda papà.
Ma i piedi non la reggevano. Non ancora.
La riportai a letto e lei si sporcò subito con il liquame nero. Ti ho appena pulita, piccola. Gettai in un angolo i vestiti imbrattati e la cambiai nuovamente, dopo aver raccolto in un bicchiere le sue emissioni.
Quella è la mia anima, papà. Sono contenta quando ne bevi.
La guardai un attimo, senza sapere cosa rispondere. Era molto gustosa, la sua anima.
Pensai che non avevo mai assaggiato nulla di così delizioso, prima.
Le feci fare la solita riabilitazione. Non vedevo l’ora di vederla camminare e ballare.
Quando la rimisi a letto, le rimboccai le coperte e le dissi ti amo, piccola. Lei mi guardò con i suoi piccoli cieli.
Anch’io, papà.
Prima di uscire dalla stanza, vidi il polpo che faceva delle piccole capriole nel contenitore. Forse anche lui ci amava.
Il disinfestatore si avvicina con il lanciafiamme spianato, sorridendo. Ho il terrore che voglia cremare mia figlia, così continuo a strattonarlo per un braccio. No. No. No. Non farlo.
Mi svegliai zuppo di sudore. Avvertivo un cerchio alla testa che sembrava volesse spremermi le cervella fuori del cranio. Il mio lavoro mi faceva ormai repulsione.
In ufficio mi chiusi a chiave nella toilette con una collega.
Mi piaceva. Le spingevo con le dita gocce di sperma, appena rilasciato, sulla pelle liscia. Sembrava, però, che le mancasse qualcosa.
Mi sarebbe piaciuto guidare il dito su di un capezzolo metallico.
Lei sollevò gli occhi dalla rivista, che stava sfogliando svogliatamente, e li posò nei miei. Erano occhi belli, ammalianti, carichi di promesse e di oscurità. Arrotolò la rivista e la strinse, fino a romperne le pagine.
Le sue mani torcevano, torcevano. Tradivano un certo nervosismo.
Le sorrisi. Qualcosa non va, signorina?
In verità, si. Qualcuno mi segue.
Era sera, pericoloso per una ragazza come quella. La presi a braccetto e la strinsi al petto come un’amante.
Lei parve rassicurarsi.
Da una finestra, in alto nel buio, scendeva una musica ossessiva e malefica.
Camminammo un poco così abbracciati, senza dire nulla. Sussultai quando mi rivolse la parola.
Il pavimento si era fatto molto sporco e scivoloso, e trovavo difficoltà a camminare. Mi appoggiai al passo sicuro di lei.
Come ti chiami?
Lei mi rispose con un sussurro, che non compresi. Mi sarebbe piaciuto fermarmi a baciarla, ma mi pareva di avvertire dei rumori alle mie spalle, come se molte persone armeggiassero con oggetti non definibili.
Mi guardai furtivamente alle spalle, ma non vidi nessuno.
Arrivammo infine ad una casa dalle finestre alte e strette. Nel suo insieme la casa ricordava una faccia, e mi pervase la spiacevole sensazione di conoscere simili lineamenti. La ragazza aprì la porta e mi condusse all’interno.
L’appartamento era molto buio e mi pareva di non trovare l’interruttore della luce. Lei ritornò con una candela e mi fece accomodare su di una poltrona antica. Posò la candela su di un tavolino che ci stava di fronte, poi cominciò a slacciarsi la camicetta con gesti lenti e solenni.
Sotto non portava nulla. Mi accorsi subito di un fatto curioso. Appena sotto i capezzoli, ben formati, ne fuoriuscivano un altro paio, in metallo. La sua mano destra prese a strofinarsi il seno.
Da uno dei capezzoli cominciò a sgorgare un liquame nero, dapprima lentamente, poi più copiosamente. Con l’altra mano alzò una coppa a raccogliere il liquido e, quando giunse all’orlo, me la porse.
Ingurgitai il liquido in uno stato d’animo agitato. Lo trovai piacevolmente gradevole.
Ebbi subito una visione. Il corpo della ragazza assumeva la forma di una crisalide. Una luce accecante mi invase la testa.
Apparso su "Altrove" ed. Ghost
Niccolò
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