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Richard W. Krousher "Physical interrogation techniques" (Loompanics Unlimited)
![]() Acquisto questo manualetto a scatola chiusa, convinto che prendendo a pretesto la scusante della ottimale conduzione di un interrogatorio l'autore si sbracasse festosamente e spudoratamente in un esuberante, sfrenato e sadiano 'mostra dimostra e poi commenta' della Tortura. Invece questa volta si va a letto senza cena né carosello. Cauto, frugale, sterile ed asettico, tentennante ed evasivo, farcito di omissis irritanti, chiose imperdonabili ed elisioni ai limiti della pusillanimità, oltreché manchevole d'illustrazioni didascaliche (dato imperdonabile, perché imprescindibile in pubblicazioni di questo tipo, soprattutto per i novizi), P.I.T è ai margini della soddisfazione di chi vi scrive. Circoscrivendo l'esercizio della tortura all'estorsione di informazioni e confessioni e prendendo a prestito/paravento il fatto che le torture siano il fine che giustifica i mezzi e non/mai Il Mezzo, o Il Fine fine a se stesso a scopi ricreativi o il mezzo senza fine (osserva Wolfgang Sofsky nell'ottimo Saggio sulla Violenza, alla voce Tortura: "la verità, la prova della colpevolezza, o la conversione non hanno alcuna importanza. La tortura è pura crudeltà. Anche dopo che il torturato ha parlato si continua a maltrattarlo. La tortura non è uno strumento dell'interrogatorio. Il suo senso non si deduce dallo scopo indicato da qualche aguzzino, mandante o istituzione. La camera della tortura non è un luogo d'indagine: è uno spazio di violenza assoluta (...) Lo zelo professionale si misura dalla brutalità, non viceversa" Richard K. confonde madornalmente i due aspetti, senza farli andar via assieme, e sbanda privilegiando insistentemente il primo), tutto il libro è intriso di fastidiosissimo contenimento del danno. E', insomma, all'insegna del glissato. Anche perché l'autore, il cui pseudonimo non è che l'onomatopea di un urto o un calembour giocato sul verbo "abbattere", dà fin troppo spesso e fin troppo volentieri per dovuto che l'inquisitore, essendo temporibus nel ramo, sappia già a puntiglioso puntino il fatto suo. In moltissimi passaggi, scontato il lettore quale habitué della sevizia, il libro si attarda nel ricordare -con eccesso di circonlocuzioni da Reader's Digest o da ricettario di dolciumi- gli effetti psicologici che un dato tipo di tortura può avere senza spiegare mai il da farsi, e se lo spiega lo fa con parsimoniosa oculatezza, tenendosi sempre assai al di qua dei limiti di guardia. Sul paragrafo dedicato alla deprivazione del sonno, ad esempio -cartina al tornasole di moltissimi altri passaggi giocati sulla medesima falsariga- l'autore fornisce esaurientemente i pro e i contro fisici e clinici: il dopo. Di cosa fare durante, cioè di come indurre qualcuno a star sveglio per giorni o settimane, manco un accenno. E non è il solo esempio in cui l'autore si affida alla vostra fantasia o all'onniscienza scaturita dalla vostra decennale esperienza. Certamente la tesi di fondo potrebbe trovarmi concorde: se la tortura è esclusivamente finalizzata all'ottenimento coatto di informazioni preziose, è mucho importante evitare di lasciare danni permanenti e stare bene attenti a non metamorfosare l'interrogato in un cadavere. Non fa una piega. Ma qui si va sulla pidocchieria e sull'aridità assolute quando si tratta di lasciarsi andare al tecnicismo, all'iperbole o al sadismo (ancora Sofsky: "non sono posti limiti allo spirito inventivo. Se ciò che contasse fosse veramente la verità o la morte, tutto ciò sarebbe superfluo. La tortura infatti non è un modo per tagliar corto, bensì un laboratorio della fantasia distruttiva.(...). Senza dubbio ci sono persone che vengono sottoposte alla tortura perché si vuole estorcere loro un segreto. ma quanti sono coloro che vengono torturati benché l'aguzzino sappia benissimo che non possono sapere proprio nulla? A quanti viene fatta violenza benché il torturatore sappia già tutto? E quanti vengono seviziati affinché confessino qualcosa nonostante il boia sappia benissimo che non c'è nulla da confessare? Tra ammissione di colpa, segreto e tortura non è necessario alcun nesso. Il fatto che la vittima venga interrogata non significa affatto che ciò che interessa siano veramente le sue risposte. In realtà l'interrogatorio è una ben studiata messa in scena che conferisce alla tortura un'apparenza di legittimità"). Non c'è paragrafo che non sia stato vergato con il timore di finire in guardina per pubblicazione e diffusione di materiale apologetico, e il resto è deludente conseguenza. In una parola: se siete sadici incontenibili incontentabili impetuosi imperiosi impietosi, questo manualetto non fa al caos vostro. Non vi si spiega un bel cazzo di niente che non sappiate già, o che non siate in grado di combinare da soli. Personalmente ho difatti immaginato letto visto e fatto di molto peggio (al punto che mi permetto di scrivere che un libro simile potrei senz'altro eccederlo) e un tomo di De Sade o la serie Pain la dicono infinitamente più lunga e precisa di tale Krousher. Ma se ambite a far parte della Digos, o aspirate a diventare un Master tutto d'un pezzo, o semplicemente intendete far confessare al vostro lui/alla vostra lei se vi ha cornificato, quante volte e con chi, o al compagno di banco se vi ha rubato la merendina, allora la via dell'apprendistato passa per queste 89 pagine, e questo libercolo non può non figurare nei vostri scaffali. Manolo Magnabosco |