Howard P. Lovecraft, l'urlo nel buio eterno

H. P. Lovecraft

Lovecraft, sia l'uomo che il mito, è stato sezionato in lungo e in largo da tutta una serie di critici, curatori, lettori, appassionati, cultisti, il cui numero (e forse anche il nome) è legione, per cui l'atto di devozione di un ammiratore in più (e credo di essere tra i più ferventi) non può nuocere, e all'opposto nemmeno giovare, alla consolidata (e magari nemmeno troppo inseguita) reputazione di cui ormai gode (è sufficiente pronunciare l'aggettivo lovecraftiano, perchè un brivido si diffonda tra gli astanti).
Cominciamo dagli oppositori; Lovecraft non è stato un grande scrittore, perchè il suo stile lascia piuttosto a desiderare e i suoi personaggi si somigliano tutti, fa uso smodato di aggettivi ricorrenti... e tutta una serie di (tanto per usare un termine da lui amato) perniciose puntualizzazioni che fanno capire quanto poco queste persone abbiano capito del solitario di Providence (non fate parte dei prescelti, è ovvio), della sua importanza e della sua influenza.
Certo, praticamente tutte le critiche che gli vengono mosse sono giuste e fondate, ma non sono sufficienti a scalfire l'aristocratico nichilista che, anzi, dall'attacco dei suoi detrattori esce quasi rinforzato.
Ancora oggi la letteratura della fantasia e dell'immaginazione è considerata inferiore, di serie B, quando è chiaro e lampante che molti dei grandi capolavori del passato (anche del presente) dell'umanità appartengano in parte o in toto a tale genere.
Basti pensare all'Odissea di Omero (come all'epopea di Gilgamesh, alle avventure cinesi dello Scimmiotto, alla letteratura germanica che ha ispirato grandi artisti come Wagner e Tolkien), che contiene alcuni (pochi) elementi storici, come la presa della città di Troia ma, che dire poi di ciclopi, sirene, dei, mostri, maledizioni, incantesimi, maghe, fate... tutto questo non suona Fantasy, e in certi momenti anche Horror?

E in qualche modo Lovecraft si avvicina ai grandi tessitori di mitologie, avendone creata una propria. Chiaramente il giovane scrittore si è ispirato a precursori del terrore cosmico, dalle impressioni metafisiche ricavate dal "Re in giallo" alle illustrazioni del Doré per "La ballata del vecchio marinaio" di Coleridge, con quelle carcasse di titanici mostri marini che imputridiscono sui fondali abissali dell'oceano. E sempre il Doré è "colpevole" della genesi dei magri notturni (o Funghi da Yuggoth) che, nottetempo, tormentavano lo stomaco dell'inquieto bambino, derivanti da incisioni di viscidi diavoli che infestano le profondità formicolanti dei gironi dantesci.
E' pure fatto noto che da piccolo Lovecraft avesse letto molti classici della tradizione ellenica (qualcuno insinua, apocrifamente, anche della cultura mesopotamica, assegnando Chtulhu tra i mostri evocati dalla dea madre Tiamat), così come di quella egizia.
Tra i sogni prodotti dall'animo inquieto del ragazzo, e il bisogno di crearsi un mondo personale (la mente ha bisogno di stimoli, tanto più è dotata di intelligenza) che potesse compensare quello reale, già orribile per conto suo... intriso di misantropia e misoginia, e da sempre cagionevole nella salute, tra un simbolo freudiano e uno junghiano, ecco emergere dal mare nero dell'inconscio mostri eterni e indistruttibili, talmente estraneri alla limitata natura umana, da assurgere al rango di dei (e di archetipi).
Probabilmente nessuno sarà mai in grado di poter spiegare chiaramente come questo possa essersi verificato, resta il fatto che la cosmogonia che deborda dalle pagine dell'improvvisato scrittore pulp, generata dapprima timidamente con il dio pesce Dagon, estratto dalle leggende di mostri marini biblici, sia potuta poi entrare nell'immaginario comune (oggi si direbbe globale).
E così non è difficile trovare, mischiati al gregge ignaro della persone comuni, teologi lovecraftiani (tra cui il typhoniano Kenneth Grant, discepolo eretico di Crowley), magari affiliati a qualche setta che si ispira alla sua Saggezza Stellare, la fratellanza oscura di cui viene accennato nell'ultimo "L'abitatore del buio", e che ora esiste anche nel mondo reale.

E' oltremodo una faccenda tortuosa tracciare una precisa gerarchia tra le divinità del ciclo di Chtulhu, quello che è certo è che il più grande (e terrificante) di tutti è il dio cieco e idiota Azathoth ("La casa delle streghe"), Colui che eternamente canta, urla e biascica al centro dell'universo (immaginate l'urlo di Munch amplificato all'infinito), determinando con i suoi farfugliamenti le leggi del creato. Simbolo del caos primordiale, del Nulla e dell'insensatezza che, leopardianamente, assurge al rango di pessimismo cosmico.
Oltre le dimensioni, che è la Chiave e la Porta (non vi ricorda "Ghostbusters"?) del Tutto, c'è il terribile Yog-Sothoth ("L'orrore di Dunwich"), da alcuni occultisti del mondo reale identificato con l'albero sephirotico della vita (o meglio, della morte, il riflesso allo specchio) di tradizione cabalistica. I globi oscuri di antimateria che farebbero parte del corpo eterno e incorruttibile (ma al cui interno vigerebbe la morte eterna) di Yog-Sothoth sarebbero identificabili con le singole Sephirot (o meglio, con i rispettivi riflessi nell'esistenza invertita). Quindi Yog-Sothoth dovrebbe simboleggiare il Tutto, l'Infinito (il Tutto può esistere solo dal Nulla, che lo genera).
Poco sotto, forse meglio identificabile con un corpo materiale (ricordiamoci che Lovecraft era materialista), anche se ancora eterno e mostruoso, ci sarebbe Shub-Niggurath, il capro dai mille cuccioli, la personificazione di quello che nella religione cristiana sarebbe Lucifero, l'angelo caduto (in questo caso sembra di trovarsi di fronte a un'entità femminile, e forse proprio il simbolo deviato del sesso, argomento quasi tabù per Lovecraft).
Tra gli dei che abitano sulla terra il più famoso è certo il dormiente Chtulhu ("Il richiamo di Chtulhu"), che dorme sognando nella sommersa città di R'lyeh (probabilmente il suo è il sonno del re rosso e della divinità vedica; quando si sveglierà il mondo scomparirà come una bolla di sapone). Secondo chi ha avuto la sventura di vederlo, e non è impazzito, assomiglia a un incrocio innaturale tra un polipo, un angelo dotato di ali e un ammasso informe ameboide. La sua carne è talmente corrotta da non poter degradare ulteriormente, e resta così eternamente e putridamente viva.
Poi c'è il deforme Tsatthoggua, abitante delle profondità della terra, la divinità dalle fattezze di enorme rospo, così ripugnante che persino gli adoratori dei culti più blasfemi ne hanno paura e ne stanno alla larga.
L'araldo e messaggero (equivalente capovolto di Cristo, quindi una sorta di anticristo) di questo pantheon deforme e sbavante, dove non pare esistere alcuna bontà e carità di tradizione cattolica, è l'olivastro Nyarlathotep, una sorta di asceta dalle fattezze egiziane, probabilmente, nella sua forma materiale, l'incarnazione di un antico faraone... e in quella spirituale di un assiso il cui volto (probabilmente mostruoso oltre ogni immaginazione) è coperto da un fazzoletto giallo (il Ragnarok scatenato da questo essere è rintracciabile nel racconto che porta il suo nome).
Sotto agli dei ci sono creature aliene di ogni tipo (ma pur sempre mostruose e spesso malintenzionate) come gli Shoggoth ("Le montagne della follia" e "Colui che sussurrava nelle tenebre") e tutta una serie di esseri più o meno potenti e dall'origine misteriosa (come "Il colore venuto dallo spazio").
Ecco l'intuizione geniale di Lovecraft, non più i mostri, ma gli dei dei mostri (notevole il fatto che nel nome di molti degli dei appaia Toth o Thoth, il dio egizio), non più creature che in fondo sono deviazioni dall'umano, che è possibile uccidere con paletti di frassino e proiettili d'argento, ma creature sovrannaturali immortali, il cui solo respiro sarebbe sufficiente a spazzare via l'intero pianeta.
E il pericolo non è più solo rappresentato dalla casa infestata, dal cimitero inquieto o dalla landa desolata. L'intero universo è un cimitero di mondi proliferante del male che va oltre ogni immaginazione.

In questo universo lovecraftiano non esiste salvezza dal male, poichè esiste solo il male.
Molto a portata di mano... è sufficiente sfogliare le pagine del Necronomicon, il libro dei morti (citato ne "La casa" di Sam Raimi) per evocare l'impossibile in mezzo a noi.

C'è qualcosa di relativistico in tutto ciò, le nuove teorie della scienza e dell'arte che, ai tempi in cui Lovecraft scriveva i suoi incubi, cominciavano a diffondersi tra la gente comune. La coscienza di non essere più al centro dell'universo, come ai tempi della visione tolemaica dell'universo, ma di essere solo polvere cosmica in un vuoto infinito. E il cubismo pittorico, la visione pluridimensionale, di creature e architetture che esistono oltre la terza dimensione (gli angoli impossibili e le geometrie non-euclidee, ma anche le anatomie impossibili degli alieni).

Dopo Lovecraft molte cose avrebbero dovuto cambiare nei generi della Fantascienza, della Fantasy e dell'Horror (considerando che quasi tutti i suoi racconti sono un ibrido tra questi generi), ma c'è da considerare il fatto che la gran parte del pubblico non è riuscita nemmeno a capire (concepire?) questo suo andare oltre... la maggior parte dei lettori si accontentano dei vecchi, e tutto sommato innocui, spauracchi come vampiri, licantropi, omini grigi, streghe... nulla che un buon esorcismo o qualche proiettile ben piazzato non possano fermare e neutralizzare.
C'è stato il tentativo, qualche volta riuscito, da parte di scrittori di genere di rendere propria la lezione del maestro (e non divenire quindi inutili e sterili cloni), come nel caso di Stephen King, con "It" e "Le creature del buio", o anche di Clive Barker, con le sue visioni mistiche di Chirurghi ciechi che abitano altri universi ("Il mondo in un tappeto", probabilmente il capolavoro dello scrittore inglese) o dei cenobiti di "Hellraiser".
Al cinema, i film più direttamente lovecraftiani negli intenti sono, ancora oggi, "Alien" (indirettamente) e "La cosa" (direttamente).
Il primo Alien, nato da una gastrite dello sceneggiatore Dan O'Bannon, e dalle visioni del pittore H. R. Giger, ci porta a confrontarci, forse per la prima volta sullo schermo cinematografico, con un vero alieno, un essere tanto lontano da noi (e allo stesso tempo vicino; acquisisce anatomia antropomorfa dall'unione tra noi e una creature parassita) da terrorizzarci, intravvedendolo appena muoversi nelle tenebre.
Aliena la creatura, aliena l'astronava da cui arriva, alieno l'androide che gli umani hanno, inconsapevolmente, a bordo del vascello "Nostromo", aliena l'azienda (di cui i personaggi del film sono salariati) che manda i propri dipendenti allo sbaraglio, in bocca al mostro.
Male cosmico, ovunque.
E i ghiacci da cui viene estratta una creatura che giunge dallo spazio, eterna, indistruttibile, auto-rigenerante, e che divora gli umani assumendone le forme, questi ghiacci dicevamo, non possono che riportarci alla fatale spedizione artica de "Le montagne della follia", lo stesso senso di claustrofobia, di disperazione, di paura dell'ignoto.
Sempre dal grande John Carpenter, altri due omaggi giungono con "Il seme della follia", dove una sorta di Stephen King invasato scrive il suo bestseller assoluto, un romanzo-Necronomicon capace di scatenare l'inferno sulla terra, e "Il signore del male", da un liquame che non risponde alle leggi della fisica (non sarà mica del colore venuto dallo spazio?) la tentata invasione dei signori demiurgici che abitano nell'anti-universo ("Essi vivono", invece, è puro omaggio a Dick).
Il maestro Howard Phillips Lovecraft, amico di Robert Bloch, quello di Psycho, e Robert E. Howard, creatore di Conan il barbaro, resta ancora oggi un insuperato generatore di incubi, nonostante i numerosi tentativi di imitazione, e solo lui, e pochi altri, hanno saputo farci guardare nell'abisso, avvertire il vento gelido vagamente odoroso di incenso che ne fuoriesce, e provare così quel piacere sottile che deriva da un'emozione cosmica.
Alla faccia dei suoi detrattori... che comunque verranno tutti divorati dai Funghi da Yuggoth (Yuggoth non è altro che il pianeta Plutone, intuito, scoperto e descritto dal giovane astronomo dilettante Lovecraft, anni prima degli scienziati accademici).

Niccolò

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