Valerio Marchi "Nazi-Rock" (Castelvecchi)

copertina del libro non disponibile

Quanti, mossi da un considerevole concentrato di ingenuitą ignoranza ottusitą malafede, continuano a storcere pregiudizialmente la bocca di fronte a certe esterioritą grafiche e paraphernalia estetici delle formazioni dell'area del cosiddetto 'folk apocalittico', DIJ su tutte, farebbero meglio a leggersi attentamente questo tomo.
Scopriranno che laddove Pearce si ferma all'evocazione simbolica, alla simbiosi/mimesi aristotelica e alla fascinazione feticistica, facendosi forte delle ambiguitą che queste suscitano e operando a ridosso di precise e puntuali coordinate culturali, estetiche, esoteriche e di una trasversale ironia nera (ora peraltro assai meno dissimulata e criptica che in passato, il che dovrebbe indebolire o scremare le gią traballanti argomentazioni di parecchi detrattori) che scongiura il sospetto dell'autocompiacimento e dell'apologia, tipetti quali Ian Stuart, No Remorse o Max Resist riducono la mela al torsolo, vanno rozzamente e rudemente per le spicce, non badano al sottile e passano la misura sgretolando sotto il tacco qualsiasi corredo formale artistico poetico stilistico.
Laddove DIJ, Sol Invictus e manipolo d'epigoni al seguito fanno man bassa di Genet, Mishima, Pound, Hagakure, D'Annunzio e campionano Donizetti Visconti Fassbinder Rossini scaraventando il tutto in orbite tanto imprevedibili quanto rigorose e raffinate, i No Remorse fanno della pił spudorata demagogia un abito mentale e apologizzano con disinvolta brutalitą la riapertura dei cancelli di Auschwitz, il seguito dei roghi di Rostock o la stagione di caccia al diverso, all'estraneo e all'ebreo.
Ma nazi-rock merita attenzione ben al di lą di simili distinguo (a onor del vero oziosi, non foss'altro che pochi sono disposti a verificarli) tra chi ci fa e chi ci č (che peraltro non troverete nel libro, ma che andranno da sč a lettura ultimata o anche soltanto soffermandosi sull'estrapolazione dei testi e facendo un confronto all'americana...).
Il libro dą pił di quanto il titolo offre. Gettando nella palude la pietra dell'epopea del capostipite Ian Stuart, Valerio Marchi copre minuziosamente gli spazi tra i cerchi concentrici causati dall'impatto, in un puntiglioso ecoscandagliare atto a dimostrare come lo stagno sia pił limaccioso e profondo di quanto non si creda.
Il suo dettagliatissimo rapporto mostra dimostra commenta ostenta tutte le discrepanze e affinitą elettive tra scena punk, skin, oi!, WPR, KKK (sviscerandone stilemi estetici e sfumature/sottigliezze ideologiche) delle pił disparate aree geografiche, traccia un quadro storico-filologico del loro ciclico intersecarsi e scornarsi; analizza a tutto goniometro la scena italiana; narra dei reiterati contraccolpi e contrattacchi repressivi dello stato, dei governi e delle forze antagoniste (perquisizioni e sequestri, messe al bando, boicottaggi di attivitą concertistiche e raduni); non un filo di ragnatela viene escluso dalla rete mondiale, che coinvolge -profani, sbalordite!- giapponesi ed eschimesi!
Imperdibile e interessantissima la sezione dedicata all'Arayan Nations e ai rapporti tra KKK e fondamentalismo religioso americano. Studio importantissimo quanto accuratissimo su un fenomeno minimizzato o caricato a seconda dell'aria che tira, comunque quasi sempre trattato in maniera a dir poco frivola, faziosa ed equivoca.
Lettura imprescindibile, si abbia o meno simpatia per il genere.

Manolo Magnabosco